Selvatico [DODICI]

1.10 -26.11.2017

FORESTA. Pittura Natura Animale

                                     A cura di Massimiliano Fabbri
                                     con Irene Biolchini, Lorenzo Di Lucido e Massimo Pulini


"La Natura disobbediente"

Domenico Grenci

Ogni giorno, assistiamo a delle lotte, esse fanno parte di quei naturali accadimenti che oramai sempre più spesso cerchiamo di indovinare, di circoscrivere ma che non riusciamo più a comprendere del tutto.
Parlando di natura, dobbiamo constatare che abbiamo perso dei pezzi di memoria, di conoscenza, di esperienza ed in questo sfaldamento del pensiero, ma anche biologico, abbiamo assistito alla nascita di scenografie spesso sorde, inanimate, davanti alle quali si svolgono le nostre esistenze. I giardini, in tutto questo, assolvono un ruolo fondamentale, rappresentano le così dette eccezioni. Un luogo di per sé è un'eccezione, una singolarità, penso ad uno sfondamento nel paesaggio urbanizzato. L'incontro, a volte improvviso, altre volte pianificato, con il luogo, è sempre rivelazione e cambiamento, veniamo trasformati. Basta, a volte, varcare la soglia di un giardino per comprendere che quella soglia rappresenta la separazione tra due mondi.

Attraversare la soglia della stanza, condivisa con Giovanni Blanco, assume il significato di entrare in un territorio, una foresta, dove si intercettano cose a volte semplici, a volte complesse. All'interno di questa selva, in questa mise en scène del mio e del suo studio, vi è una creazione stratificata, organica, dove il lento lavorio del tempo e dell'azione dell'artista lo trasforma, lo modifica restituendo un ordine profondo. Penetrare in un luogo ha a che fare con il tornare ed il ritrovarsi, ritrovare qualcosa che pensavamo perduto e che si manifesta con il dono.

Conseguentemente, questo gruppo di opere, che a voi presento, è un testamento di smarrimenti e di domande, molte delle quali destinate a restare aperte. E' un tentativo che, come tale, porta con se tutto il peso dei fallimenti e delle aspettative. Ma questo gruppo di opere è anche frutto di un tempo sospeso, monco di un passato e di un futuro. Esse vivono in un presente dilatato e, così come un giardiniere che lavora con l'invisibile, mi sono convinto ad accompagnarle senza cercare di padroneggiarle veramente.

I lavori presentati sono da intendersi come un ventaglio di possibilità e di opportunità: da "la finestra tra i salici" a "la radura", da "di notte le rose" a "friche", essi vanno pensati come angoli di un unico giardino, luoghi diversi per suggestione ma concomitanti, attigui, disposti su un unico cammino di esistenza.
Il giardino ha assolto dunque, in questo contesto un connotato metaforico, assieme alla pittura si è fatto compagno, ultimo rifugio possibile, terapeuta felice, disobbediente per sua natura.
In quanto tale il giardino è uno spazio delimitato, chiuso, una fucina non molto lontanamente alchemica, nella quale si testano forme di possibili paesaggi destinati a diventare poi ideali di vita. Ed ecco che, in questo medesimo fare alchemico, il giardino si tramuta in opera pittorica e l'opera si fa mondo. In questo, intravedo, nel momento in cui la pittura si chiude su se stessa, all'interno dei suoi confini, una forma di resistenza ed un atto sovversivo che avrà, però, sopravvivenza se si farà penetrare dalla luce. Quella stessa luce che indica la via tra i salici, che fa impallidire le rose la notte e che crea lo sfasamento all'interno della friche. Ho trovato un paradossale conforto in ciò che i francesi definiscono, appunto, con il termine "friche", ovvero nell'incoerenza estetica, l'incontro fugace con quel segreto sottile, illeggibile, che si nasconde dietro l'apparente stato di abbandono delle cose, in attesa, paziente, di una decisione che possa poi trasformarsi in azione.
Il risultato ultimo di questo coltivare è il perenne mutamento, esso genera delle epifanie e, come tutte le epifanie, portano con se più domande che certezze.